Panama Papers: i ricchi in paradiso e il ceto medio brucia fra le tasse

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La morale dello scandalo Panama Papers: l’alta imposta personale sul reddito non è un’imposta sui ricchi, ma sul ceto medio

La ricchezza occultata nei sei maggiori paradisi fiscali off shore ammonta ad almeno 11 trilioni di dollari ossia 11mila miliardi.

Quella di Panama, per quanto grande e ricca di figure importanti, è solo il 10 per cento di questo totale, stando alle stime del Boston Consulting Group riguardanti il mercato mondiale della ricchezza. Aggiungendo le ricchezze esportate in Paesi in shore, cioè che non sono nella lista nera come Svizzera, Lussemburgo eccetera, si arriva quest’anno a 15mila miliardi di dollari, un importo quasi eguale al Pil italiano. Restano fuori dal calcolo i paradisi fiscali minori come Monaco, San Marino o Dubai.

In gran parte ciò si svolge legalmente. Le maggiori società che fanno queste operazioni sono quotate in borsa e fanno aumenti di capitale con gigantesche offerte pubbliche di acquisto delle loro azioni, il cui cospicuo reddito deriva dalla gestione delle ricchezze sistemate in questi «paradisi». Per portare i patrimoni a Panama – che sino a domenica scorsa non era in nessuna nella lista nera off shore -, non è necessario recarsi in quella affascinante località, basta recarsi in uno studio legale a New York, in Svizzera, o nel Regno Unito, come clienti di uffici legali, per comprare una società finanziaria apposita a cui si può dare il nome che si vuole.

Nei paradisi fiscali off shore e in shore c’è la vera società globale pluralista multietnica e multi religiosa, con europei, latinoamericani, cinesi, malesiani, russi, protestanti, musulmani, cattolici, non credenti, leader di sinistra, compresi i capi di Paesi comunisti o ex comunisti, oltreché socialdemocratici, conservatori, populisti di estrema destra, dittatori di sinistra e di destra. Ci sono anche noti atleti e dirigenti sportivi, grandi scrittori, eleganti signore, aristocratici, insieme a parvenu e a figure di dubbia fedina penale. Oltre a essere così post moderna, questa comunità coltiva anche gli antichi valori della famiglia, perché è piena di fratelli, cugini, figli, nipoti e amici fidati. Loro pagano grandi parcelle e piccole tasse e così il loro reddito là custodito si moltiplica senza taglia del fisco con l’imposta progressiva personale.

Il che dimostra che l’alta imposta personale sul reddito che noi paghiamo ove valgono le presunte regole della giustizia tributaria, non è un’imposta sui ricchi, ma sul ceto medio, soprattutto quello a reddito fisso, di lavoro autonomo, di immobili. La «caccia» che si fa, mediante l’abolizione del contante e il cervellone del grande fratello fiscale che scruta nelle banche e nei fondi finanziari nostrani, riguarda essenzialmente il ceto medio. Gli abbienti veri hanno varie scelte per lasciare al fisco nazionale solo briciole dei loro averi. Se ora le società di Panama diventano rischiose, ci sono altri luoghi, isole sperdute o Stati anomali di varie dimensioni e continenti ove possono mettere i risparmi.

I fautori delle elevate imposte progressive non hanno alcuna ragione per farci i precettori morali, ora risulta che molti di loro si sono sistemati nel club dei nuovi ricchi, dopo avere teorizzato che la proprietà privata va redistribuita. È meglio una flat tax che si fermi al 25-27 per cento al massimo, ragionevolmente progressiva verso il basso, che renderà un maggior gettito di quella attuale che arriva al 45 per cento, più le tasse sulla proprietà immobiliare. Infatti sebbene il club fiscale di Panama o delle Seychelles sia piacevolmente pluralista, e possa consentire di pagare meno del 20 per cento, presenta pur sempre rischi e inconvenienti. Molti abbienti vi rinuncerebbero, se potessero pagare una moderata flat tax nella nazione di residenza. Ciò senza contare che molti italiani che ora emigrano all’estero per pagare meno tasse, rimarrebbero qui, a generare ricchezza con loro intelligenza e la loro capacità creativa.