PERCHÉ GLI JIHADISTI VENGONO IN ITALIA MA FANNO ATTENTATI ALL’ESTERO, SIAMO LA CULLA DEL MALE?

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In Italia per anni, poi la mattanza all’estero: i jihadisti che hanno colpito l’Europa si sono stabiliti nel nostro Paese per anni e, dopo essersi radicalizzati, hanno colpito.

Il collegamento tra i responsabili della strage dei mercatini di natale di Berlino, del Bataclan, e di Marsiglia adesso preoccupa seriamente l’Italia: sono passati nelle nostre città, hanno stretto contatti, alcuni si sono stabiliti per anni, altri si sono addirittura radicalizzati proprio qui da noi.

Il direttore dell’Ucigos Giannini assicura: “Intorno a loro non sono sorte cellule, sono rimasti neutri”- ma 12 jihadisti che si sono macchiati di sangue sono passati o hanno vissuto nelle nostre città. Si riaccende così la polemica sull’immigrazione e il rischio attentati.

L’ultimo caso è quello Anis Hanachi, fratello dell’attentatore della stazione di Marsiglia, che dopo aver gravitato nel nostro Paese ha ucciso due donne con un coltello al grido di “Allahu Akbar”. Tunisino, 25 enne, Hanachi è stato un foreign fighter in Siria e avrebbe istigato il fratello Ahmed ad uccidere in nome di Allah qui in Europa.

Sono dodici in totale i terroristi che hanno avuto legami con il nostro Paese; in comune una vita passata ai margini della società dove accumulare la rabbia necessaria o il sentimento che spinge alla radicallizzazione da sfogare poi in assassinio contro la società occidentale. Ahmed Hanachiper otto anni ha vissuto ad Aprilia, periferia di Roma; Anis Amri, l’attentatore di Berlino, ha trascorso diversi giorni nell’Agro Pontino prima di uccidere 12 persone nel centro della capitale tedesca, a ridosso di Natale, con un camion rubato; Youssef Zaghba, originario del Marocco, andava a trovare regolarmente sua madre a Bologna ma poi con un coltello da cucina ha aggredito i clienti del Borough Market di Londra.

L’Italia è anche solo terra di passaggio per molti jihadisti: è il caso del noto terrorista del Bataclan Salah Abdeslam, del terrorista di Bruxelles Khalid El Bakroui e dell’attentatore di Charleroi Khaled Babouri: ripercorrendo i loro spostamenti è stato dimostrato che sono tutti passati per il nostro paese.

Primo approdo per le rotte che attraverso il Mediterraneo portano dalle coste africane all’Europa, l’Italia si riconferma una zona franca per i terroristi che poi capiscono in Francia, Gran Bretagna, Germania e Belgio.

Secondo il direttore dell’Ucigos della Polizia Lamberto Giannini le vicende di ogni terrorista sono diverse: “Ogni storia è un caso a parte. Le indagini dell’Antiterrorismo dimostrano che la radicalizzazione di questi soggetti non è avvenuta in Italia, né attorno ad essi sono sorte cellule salafite. È come avere dei componenti chimici: presi a sé rimangono neutri, ma se si miscelano con altri elementi possono diventare esplosivi”. L’innesco viene messo dalle quartieri disagiati incubatori di criminalità e violenza dove questi soggetti si stabilistocono e dove spesso di radicallizano: quartieri come Molenbeek a Bruxelles, Barking a Londra, ma anche le periferie di provincia del nostro Paese.

I profili dei terroristi a contatto con l’Italia, secondo l’Antiterrorismo, “dimostrano che nessuno di essi era veramente integrato, e spesso hanno disturbi di natura psicologica”, ma questo non disinnesca il rischio o non li rende incapaci di colpire anche nel nostro Paese. Ciò che differenzia l’Italia da altre realtà è che un fucile d’assalto kalashnikov o dell’esplosivo al plastico può essere fornito solo della criminalità organizzata, e al momento non c’è alcun legame tra cellule jihadiste o lupi solitari e Cosa Nostra. “Non abbiamo evidenze in tal senso, e questo è oggettivamente un limite per chi decide di compiere attentati nel nostro Paese”, spiega Francesco Caporale, procuratore aggiunto di Roma che si occupa di Antiterrorismo.

Tale collaborazione invece sarebbe presente negli altri Paesi europei colpiti dagli attentati. Secondo un dossier di Europol, sono 816 nomi collegabili a fatti di terrorismo legati al crimine organizzato; il 67 per cento ha inoltre combattuto come foreign fighter per il Califfato nero.

Fonte: qui