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PIERO OSTELLINO – Il governo del fare (i propri interessi)

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Non è sorprendente che il governo Renzi si sia rivelato come ci dicono le cronache di questi giorni – un comitato d’affari dedito quasi esclusivamente agli interessi e al vantaggio personale di ciascuno dei suoi membri, da quelli del presidente del Consiglio e dei suoi parenti vicini e lontani, a quelli dei singoli ministri e parenti vari.

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Privo di cultura politica e, conseguentemente, di un progetto alla realizzazione del quale orientare la propria azione, verso che cosa, se non all’interesse personale dei suoi membri, il governo avrebbe potuto orientare la propria politica? Nel clima di degrado etico e di vuota retorica nel quale sta (a stento) sopravvivendo l’Italia, era inevitabile che accadesse. Gonfio di parole e di annunci di decisioni mai prese e non in grado di prendere, il governo, quando si è trattato di decidere «che fare», ha fatto la sola cosa che pare fosse in grado di fare: favorire gli interessi personali del presidente del Consiglio e dei suoi parenti vicini e lontani, nonché dei ministri e loro congiunti. Insomma, una cattiva riedizione della Prima Repubblica, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. I pregi, vista l’impossibilità di orientare la politica in senso economicamente dirigista e politicamente autoritario. I difetti, data l’evidente incapacità di assumere una qualche decisione utile a far crescere il Paese. Avevo detto agli italiani che ancora credono alle chiacchiere in libertà del ragazzotto fiorentino, finito inopinatamente a capo del governo da sindaco di Firenze, che, se riuscivano a farne il riassunto, significava che non erano solo parole, ma una sorta di razionale programma di governo. Il premier è lontano anni luce da uomini come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi, che, adottando una politica economica liberista, avevano consentito al Paese di riprendersi dopo la sconfitta bellica e di realizzare quello che è stato definito il «miracolo economico», nel quadro dell’Occidente democratico-liberale, di mercato e capitalista dell’Italia e sul quale ancora campa. L’inefficienza governativa non riesce neppure ad essere uno scandalo che, se non altro, rivelerebbe almeno un disegno criminoso censurabile. È puramente e semplicemente l’Italia di sempre; la rivelazione dell’incapacità di ogni governo di realizzare un programma che non siano gli annunci di iniziative che, poi, non è capace di concretare. Nel 1948, l’Italia si era salvata dal pericolo grazie soprattutto al voto delle donne cattoliche – di diventare una democrazia popolare come quelle dell’Europa orientale instaurate con l’occupazione da parte dell’Armata rossa sovietica. Abbiamo un ordinamento giuridico che è palesemente un compromesso fra la democrazia liberale e il comunismo. La sua marginalità fra l’una e l’altro oscilliamo fra uno statalismo sordo agli interessi individuali e un non meglio specificato interesse generale che è, poi, l’interesse della burocrazia e della Pubblica amministrazione, che la incarna e la governa è il tratto distintivo dell’Italia nata con la Costituzione approvata nel ’48. L’incapacità – che è quasi una imposizione istituzionale – di dare spazio a una economia libera e di produrre ricchezza e far crescere il Paese è un dato dell’ordinamento giuridico che chiunque vada al governo si ripromette di riformare e che, poi, non riforma perché non conviene a nessuno di quelli che incidono sulle decisioni da prendere. Matteo Renzi, che piaccia no, è l’epifenomeno di questo stato di cose, è il tentativo di far coincidere l’esigenza di modernizzazione con il conservatorismo culturale, politico e amministrativo, un’impresa pressoché disperata come dimostrano le cronache politiche degli ultimi anni. Siamo prigionieri di un’idea di Stato sconfessata dalle dure repliche della storia, cioè dal fallimento del comunismo e di ogni altra velleità programmatrice. A essere sinceri, l’incapacità del governo si concreta persino in un vantaggio. Restiamo ancorati all’Occidente democratico-liberale, al mercato e al capitalismo per forza d’inerzia. Meglio, tutto sommato, un governo che non fa di uno che fa troppo e finisce col combinare guai. Lo suggeriva la dottrina liberale ottocentesca, fortemente antistatalista. In fondo, il successo di Renzi fra gli italiani che ancora gli credono, sta tutto qui, in quel tanto, o poco, di spazio di manovra che esso finisce col riconoscere alla società civile, ancora condizionata dal ventennio corporativo fascista e dall’imitazione programmaticamente dirigista dell’ex Unione Sovietica. Fino a quando basterà.

piero.ostellino@ilgiornale.it

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