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Quelle 45 vite italiane spezzate dalla furia vigliacca del jihad

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C’è un filo rosso che collega l’11 settembre al 15 gennaio. Un filo che si trasforma in una scia di sangue e che unisce 15 anni di morti e di lutti italiani perpetrati dal terrorismo di matrice islamica.

Dal piccolo Michele si viaggia a ritroso nel ricordo carico di dolore, per arrivare all’installatore di condizionatori d’aria Angelo Serena, tra le dieci vittime delle Torri Gemelle. In tutto 45 vite spezzate dagli assalti vigliacchi del jihad: Al Qaida, Aqmi, Al Nusra oppure Isis, sigle di una sterminata galassia dell’orrore. Sfogliando le pagine della memoria ci si accorge che anche l’Italia ha già avuto il suo Bataclan e la sua Atocha, seppur a distanza di sicurezza dai confini nazionali. Il Califfo Al Baghdadi minaccia, anela di mettere le mani su Roma e il drappo nero sulla Cupola di San Pietro. Qualcuno parla di fortuna, altri di abilità dei nostri servizi di intelligence, ma non c’è alcuna ragione per esultare: l’Italia resta nel mirino e le 45 vittime non sono numeri da consegnare alle statistiche. Semmai tributi di una guerra che ci vede esposti come e forse più di altri.

Michele è stato ferito a morte da una scheggia di una bomba a mano rudimentale, un pezzo di metallo incandescente che l’ha raggiunto mentre pensava di aver trovato riparo nel retro della pasticceria di suo padre. Luigi Arena, 40enne originario di Capaci, vigile del fuoco, non cercava riparo nelle Torri Gemelle quel maledetto 11 settembre, semmai di entrare per salvare vite. Venne inghiottito dalle macerie fameliche. Come i cugini Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio di Nissoria in provincia di Enna. Salvatore, sposato e padre di due bambine di 8 e 11 anni, lavorava in un’agenzia di viaggi al piano 104, Vincenzo, anch’egli sposato e padre di tre figli, era un agente di borsa. Dei dieci italiani deceduti al World Trade Center otto erano siciliani. La regione che ha pagato il tributo più alto. E che ha continuato a pagarlo, visto che il 19 novembre dello stesso anno i talebani in Afghanistan uccisero la giornalista catanese del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli. Un anno dopo perse la vita Roberto Sbironi, un imprenditore di Bolzano, emigrato in Belgio, ma che il 12 ottobre si trovava a Bali, in Indonesia, disintegrata dalle esplosioni delle bombe jihadiste. Non era in vacanza Luciano Tadiotto, il tecnico novarese ucciso nel blitz qaedista di Casablanca che il 16 maggio del 2003 provocò 41 vittime. E neppure si godeva momenti di relax la volontaria Annalena Tonelli, di Forlì, assassinata da un commando degli Al Shaabab in Somalia. Preludio della più grave tragedia, per numero di morti: Nassiriya, un nome che mette i brividi alla sola pronuncia. Era il 12 novembre del 2003 quando un camion imbottito di tritolo esplose alla base militare italiana in Iraq. Morirono 19 connazionali tra militari e civili. Tre giorni dopo a Istanbul, in un assalto alle sinagoghe, venne trucidato l’artigiano Romano Yona e in primavera, il 14 aprile 2004, le Falangi Verdi di Maometto giustiziarono Fabrizio Quattrocchi, il cui video dell’esecuzione scatenò reazioni di ogni genere.

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Antonio Amato era un cuoco napoletano che aveva trovato l’America in Arabia Saudita, mentre Enzo Baldoni un volontario della Croce Rossa impegnato in Iraq. Nazioni che, purtroppo, si sono trasformate nelle loro tombe. Come l’Iraq per il cooperante Salvatore Santoro, ucciso in un posto di blocco a Falluja e l’Egitto per le sorelle Jessica e Sabrina Rinaudo, 20 e 22 anni, di Cuneo, morte nell’attentato contro l’Hilton di Taba. Il bollettino di guerra racconta della scomparsa della 32enne Benedetta Ciaccia negli attentati alla metro di Londra il 7 luglio 2005. Sempre Al Qaeda colpisce duro a Sharm il 23 luglio, uccide 60 persone, 6 sono italiani: Sebastiano e Giovanni Conti, Daniela Maiorana, Rita Privitera, e le sorelle Paola e Daniela Bastianutti. L’anno dopo Angelo Frammartino viene accoltellato a morte a Gerusalemme da un palestinese e nel novembre del 2008, tra i morti dell’Hotel Oberoi di Mumbai c’è anche Antonio Di Lorenzo. Sempre in India perde la vita Nadia Macerini, aretina, insegnante di yoga, vittima di una bomba. Muore come Pietro Antonio Colazzo, per colpa di un ordigno dei talebani nel corso di un attacco suicida a Kabul. Vittorio Arrigoni era invece un attivista pro palestinese. Un gruppo di jihadisti lo rapisce a Gaza e lo giustizia il 15 aprile 2011. Un anno dopo è la volta di Franco Lamolinara, vercellese, rapito dai Boko Haram e ucciso durante un fallito tentativo di liberazione delle forze nigeriane. Identica sorte di Giovanni Lo Porto, cooperante rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso in un raid contro una base di Al Qaida in Pakistan.

Il più delle volte la condanna a morte arriva per le proprie convinzioni religiose: come per Silvano Trevisan in Nigeria, Antonella Sesino, Giuseppina Biella, Orazio Conte e Francesco Caldara, all’ingresso del museo Bardo di Tunisi il 18 marzo 2015, e Alessandro Abati a Kabul. Si arriva così al 28 settembre, con il cooperante Cesare Tavella, 50 anni, vittima di un agguato a Dacca, in Bangladesh, e a Valeria Solesin, la studentessa veneziana trucidata al Bataclan di Parigi. Bataclan come Nassiriya, poche lettere che custodiscono tragedie inconcepibili.

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