I ROMANI CHIUDONO, APRONO GLI IMMIGRATI: NELLA CAPITALE UNA BOTTEGA SU QUATTRO AGLI STRANIERI

415

C’è una Capitale a due facce, quella che resta attaccata con forza alle tradizioni e ai mestieri di un tempo e quella il cui tessuto commerciale e produttivo parla ormai un’altra lingua. Secondo una recente ricerca della Cna di Roma una piccola bottega su quattro è gestita da uno straniero. Cinesi, marocchini, egiziani, indiani, albanesi. Ogni etnia si è specializzata in un settore e sta, lentamente, conquistando interi quartieri della Capitale. Così i cinesi all’Esquilino con almeno il 70% delle attività a loro riferite; i pachistani a Tor Bella Monaca con il 40% circa e Boccea, Trionfale con il 30% di piccole imprese a titolarità egiziana. E poi c’è il centro dove più linguaggi cercano di coesistere e ce la fanno, perché le imprese italiane muoiono sotto il peso della crisi e perché ogni settore, dalla ristorazione al commercio al dettaglio, ha aperto loro le porte. Scompaiono le botteghe artigiane, i negozi di produzione, tutti gli autoriparatori e aprono esercizi facilmente riconoscibili che non hanno timore di farsi concorrenza tra loro, forse perché pensano che ci sia spazio per tutti. Del resto se il numero dei fallimenti e delle chiusure di attività italiane è in costante aumento, la certezza di non farle rimanere con le saracinesche abbassate troppo a lungo, si chiama imprenditoria straniera.

Questa «conquista» delle attività italiane è stata lenta ma costante e sempre in crescita da almeno cinque anni a questa parte con un vero e proprio boom nel 2011-2012 gli anni di inizio crisi, di segno meno per l’imprenditoria nostrana. Quei cinesi che una volta possedevano soltanto ristoranti, ce ne sono diverse centinaia a Roma, oggi sono titolari esclusivi di chincaglierie e negozi di souvenir in centro con una buona percentuale di commercio di abbigliamento al dettaglio e all’ingrosso sparso invece su tutto il territorio. In centro sono diventati proprietari di antiche botteghe acquistandole a volte con soli centomila euro e le hanno trasformate in negozi tutti uguali, vicini pochi metri gli uni dagli altri in strade come via della Panetteria, Largo del Nazzareno, via del Lavatore dove si contano otto esercizi che vendono souvenir. Cinesi che a poco a poco stanno conquistando anche i bar, le gelaterie, perfino le tabaccherie e assumono personale italiano, ma sempre più spesso anche straniero, come bengalesi.

Quasi per nulla integrati con il resto dei commercianti, sono i cinesi di seconda generazione, figli di quei primi ristoratori che hanno dato il via ai menù a base di riso e pollo.

Ma ci sono anche gli egiziani e i pakistani, che una volta sfornavano solo le pizze al posto degli italiani o lavoravano nelle cucine dei ristoranti e che oggi, invece, sono diventati titolari di pizzerie a taglio e kebaberie. Un esempio è al Portico d’Ottavia dove un gruppo di egiziani gestisce alcuni ristoranti. Sono imprenditori che fanno non di rado parte di un sistema associativo, che accedono ai fondi per l’imprenditoria, che assumono spesso personale italiano e che hanno una loro filiera dalla quale si servono. Sono migliaia, secondo le associazioni di categoria, e contribuiscono con la loro attività a far rimanere in crescita il numero delle aziende di Roma e provincia. Secondo una recente ricerca della Cna la quota di imprese gestita da stranieri è passata in un anno, nella Capitale, dal 22,9 al 23,4 per cento. La maggioranza degli imprenditori non italiani proviene dall’Asia e dall’Africa, in particolare proprio da Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Quasi la metà di questi imprenditori è impegnata nel commercio al dettaglio, ma soprattutto in quello ambulante fatto di bancarelle, chioschi di fiori, postazioni varie di souvenir, che ha letteralmente invaso il territorio capitolino. Si calcola, invece, per quanto riguarda il settore della somministrazione, che la quota di stranieri sia pari al 20% con una proiezione al 2025 fino ad oltre il 50%.

Fonte: qui