Spariti in Germania 200 jihadisti, si erano finti profughi…

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Duecento jihadisti siriani e iracheni sono entrati con l’inganno in Germania dal confine con la Repubblica Ceca, attraverso la località di Sebnitz. Si troverebbero a Dresda, ma qualcuno di loro, grazie alla complicità di fiancheggiatori, si è spinto addirittura ad Amburgo, altri a Lipsia e Francoforte. La notizia, che arriva dall’intelligence di Praga, è stata confermata lo scorso 6 aprile da un funzionario governativo, che ha rivelato un sistema adottato da miliziani dell’Isis per aggirare gli ostacoli e penetrare nel cuore dell’Europa. «Siamo stati accostati dalla stampa di mezzo mondo ai nazisti e bollati come intolleranti, ma noi i rifugiati li abbiamo accolti a Praga. Purtroppo siamo stati raggirati e adesso il problema è diventato della Germania».

Pavel Sulc, sottosegretario allo sport, allarga le braccia in segno di resa mentre racconta la storia che risale allo scorso 18 marzo. Aderendo a un progetto coordinato dalla Conferenza episcopale ceca, il governo del premier Bohuslav Sobotka aveva offerto la propria disponibilità nell’opera di selezione di rifugiati provenienti dai campi profughi della Giordania. Prioritaria doveva essere l’affidabilità del migrante sul piano della sicurezza. «Dobbiamo sapere esattamente da dove viene e chi è, l’attitudine a integrarsi, quindi se si tratta di persone in grado di trovarsi un lavoro e se hanno qualche livello di istruzione, con precedenza alle minoranze cattoliche perseguitate dal Califfato Islamico», racconta Sulc.

Seguendo questi criteri sono arrivati i duecento rifugiati, tutti in possesso di documenti, con nomi di battesimo cristiani che attestavano religione e provenienza. Dopo una serie di accertamenti, i funzionari di polizia si sono accorti che i passaporti forniti dai profughi erano falsi e dal commissariato di Uherske Hradiste è scattato l’ordine di fermarli. «Troppo tardi – spiega il viceministro dello sport – erano già saliti su un pullman partito dalla stazione di Florenc con direzione Dresda». Dove hanno fatto perdere le loro tracce.

Nella Repubblica Ceca non si vive certo con l’incubo che masse di profughi possano invadere il ponte Carlo o accamparsi in piazza Venceslao, ma il capo di stato Milos Zeman più volte ha dichiarato che «accogliere in maniera indiscriminata i migranti significa aprire le porte alla espansione in Europa dello Stato islamico». Solo che questa volta l’autogol è arrivato proprio da una nazione che aderisce assieme a Ungheria, Polonia e Slovacchia al Patto di Visegrad. Quattro Paesi che si sono fino ad ora distinti per l’avversione nei confronti delle quote indicate da Bruxelles nel distribuire, fra gli stati membri, i migranti che stazionano in Italia e Grecia.

L’episodio del 18 marzo fa il paio con quello del maggio 2015, quando una ventina di migranti somali, alcuni fiancheggiatori dei miliziani Al Shabaab, vennero fermati alla stazione autobus di Florenc, in possesso di falsi passaporti italiani, mentre cercavano di riparare in Germania. Anche in quella circostanza la destinazione finale doveva essere Dresda. Non è un mistero che la capitale del land della Sassonia venga considerata obiettivo di possibile attentati fin dai tempi della strage parigina di Charlie Hebdo. Dopo l’episodio dei somali la polizia ceca ha intensificato i controlli nelle principali stazioni ferroviarie, sui treni e nelle autostrade. Misure che questa volta non sono servite a evitare che radicalizzati si riversassero con estrema serenità nella confinante Germania.

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