TERRORISMO – Arrestata ricercatrice libica per terrorismo

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La polizia ha arrestato Khadiga Shabbi, 45 anni, la ricercatrice libica che, lo scorso dicembre, fu al centro di un braccio di ferro tra Procura di Palermo e ufficio Gip

La polizia ha arrestato Khadiga Shabbi, 45 anni, la ricercatrice libica che, lo scorso dicembre, fu al centro di un braccio di ferro tra Procura di Palermo e ufficio Gip.

La decisione è della Cassazione, che ha ritenuto fondati gli indizi di istigazione al compimento di atti di terrorismo internazionale. Accolto così il ricorso dei pm Leonardo Agueci e Gery Ferrara, che avevano disposto il fermo già a dicembre, ma poi la donna era stata rimessa in libertà dal Gip Fernando Sestito: il giudice sostenne infatti che per lei fosse sufficiente l’obbligo di abitare a Palermo e di firmare un registro di polizia. In un clima di polemiche incandescenti e comunicati tra Procura e Gip, i magistrati dell’accusa fecero ricorso al tribunale del riesame, che ribaltò la decisione di Sestito. In particolare giocò il fatto che la Shabbi fosse in contatto con foreign fighters e sostenitori della sharia. Ora la conferma della Cassazione, che ha dato il via libera all’arresto, eseguito da agenti della Digos con l’accusa di terrorismo.

Il Gip di Palermo Fernando Sestito non aveva convalidato il fermo eseguito dalla polizia, ritenendo insussistente il pericolo di fuga per la ricercatrice libica 45enne. E non aveva applicato alla
donna la custodia cautelare in carcere, come chiesto dalla Procura, ma l’obbligo di dimora a Palermo senza imporre all’indagata alcun divieto di comunicazione con l’esterno. Per il magistrato, che aveva riconosciuto comunque la sussistenza dei gravi indizi a carico della donna, non ci sarebbero stati però rischi di inquinamento probatorio, ma solo la possibilità che reiteri il reato, circostanza che, a parere del magistrato, rende sufficiente la misura dell’obbligo di dimora con divieto di uscire durante le ore notturne. Un provvedimento che aveva provocato qualche malumore in Procura. “La misura è del tutto inadeguata alle esigenze cautelari e all’intensissima rete di rapporti intrattenuti dall’indagata, oltre che contraddittoria e contraria alla più recente giurisprudenza. Pertanto la impugneremo”, aveva laconicamente commentato il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi. Oggi la decisione della Corte di Cassazione che dà ragione ai magistrati della Procura rispendendo in carcere la ricercatrice.

Fonte: Il Giornale