“The Brothers”, la gang islamista che imperversa nelle prigioni di Londra

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Londra, 15 mag – La testimonianza esclusiva riportata ieri dall’Evening Standardparla della prigione di Belmarsh come di “un campo di addestramento jihadista nel cuore di Londra” ma, a parte il racconto inquietante di suo, un dato balza subito all’occhio e, di per sé, fa già notizia: su una popolazione dimusulmani pari a circa il 12% nella capitale inglese, la popolazione carceraria di fede islamica nelle strutture londinesi va dal 30% al 40% ed oltre. Una sproporzione che è già una risposta alla questione integrazione ed al buonismo sull’argomento. Ma la testimonianza, che fa seguito ad un allarme in atto da mesi ed ai fischi che si erano visti anche nel carcere parigino riservati dagli altri detenuti all’attentatore “belga” Salah Abdeslam, colpevole di non essersi fatto esplodere, è la conferma che ci troviamo di fronte ad un problema serio, su scala europea, che le autorità sottovalutano e che le politiche boldriniane non aiutano certo a fronteggiare con la necessaria durezza. “Appena arrivato a Belmarsh nel 2014, è giunta notizia che Mosul in Iraq era caduta nelle mani dello Stato Islamico e la prigione è ‘esplosa’”. Urla di gioia, colpi sfrenati contro le sbarre, canti, “Allah Akbar” e promesse di conquista. “Sembrava una grande festa andata avanti indisturbata per molte ore”, racconta al quotidiano inglese un ex detenuto musulmano, 27 anni, laureato, rilasciato da poco dopo esser stato dentro per questioni legate a frodi bancarie (“ho firmato documenti per conto di altri”, dichiara).

“Gli agenti penitenziari sembravano non far nulla, lasciando i nuovi detenuti come me con l’impressione che a comandare realmente non fossero i secondini ma un terrificante gruppo islamista radicale conosciuto come “the Brothers” (“i Fratelli”) o “the Akhi”, che in arabo significa fratello”. Il ministro della Giustizia non riferisce con precisione le cifre, ma il giornale parla di un numero di terroristi interni alla struttura superiore alle ottanta unità (nel 2006 erano una cinquantina) su una popolazione islamica pari a circa il 30% dei detenuti (in altre prigioni della città, come anticipavamo, le cifre salgono di oltre il 10%). Nell’ala in cui era detenuto il testimone in questione, su circa duecento persone, circa la metà erano musulmane, riferisce, con un nocciolo duro di circa venti persone trattate come “celebrit” all’interno della prigione. All’inizio, spiega l’informatore, in quanto musulmano, è stato aiutato, gli è stato offerto sostegno. Dopo, però, è iniziata la propaganda e, di fronte alla sua esitazione, l’isolamento. Niente in confronto al trattamento subito da alcuni detenuti cristiani, fatti oggetto di aggressioni fisiche e maltrattamenti quando l’inferiorità numerica oltre che il potere del gruppo rendeva la cosa a dir poco agevole.

Una radicalizzazione visibile, immediata, che i sei imam del carcere assecondavano o preferivano non affrontare. Una sorta di tacito assenso anche rispetto a chi annunciava, vantandosi, di voler partire per la Siria o l’Iraq. “Tre quarti di chi veniva radicalizzato”, racconta il testimone, “facevano parte di gangs ed erano dentro per crimini violenti o droga. Loro capivano che la gang principale a Belmarsh erano i Fratelli e che avevano bisogno della loro protezione. Ma questo dava anche loro un senso di identità“. “Mi sembrava di essere un intruso in un campo di addestramento jihadista“, commenta esasperato, lamentando la situazione analoga di difficoltà e paura vissuta da altri detenuti di fede musulmana costretti al silenzio anche grazie ad un sistema che, secondo lui, non isolando gli estremisti, ne supporta l’azione di propaganda e predominio. Dopo cinque mesi a Belmarsh, viene spostato ad Highpoint. “Ero là durante gli attacchi a Charlie Hebdo”, racconta. Ed anche lì scene di giubilo in seguito agli attentati. “Il governo”, conclude, “ha speso tantissimi soldi nel programma di prevenzione contro il radicalismo, ma ha ignorato che il più grande campo di addestramento jihadista nel Regno Unito è proprio qui a Belmarsh nel cuore di Londra”.

Emmanuel Raffaele

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