THE ECONOMIST: ”IL CALO DI CONSENSI PER PARTITI SOCIALDEMOCRATICI NELLA UE NON HA PRECEDENTI. IL FUTURO E’ DELLA DESTRA”

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La crisi economica e politica della Grecia e’ senza confronti, ma non lo e’, invece, la crisi del Pasok, il Partito socialista, abbandonato dai lavoratori e scivolato al quattro per cento nel 2015: il centro-sinistra europeo ha subito una “pasokizzazione”, osserva il settimanale britannico The Economist, ovvero un tracollo senza ritorno.

“Il calo del consenso delle forze socialdemocratiche su scala continentale non ha precedenti – scrive l’Economist -. Nei cinque Stati membri dell’Unione Europea in cui si e’ votato l’anno scorso, hanno perso il potere in Danimarca o registrato i peggiori risultati della loro storia in Finlandia, Polonia e Spagna o subito vere e proprie disfatte, come i laburisti nel Regno Unito”.

“Altrove il centrosinistra e’ al governo: come socio di minoranza in Germania e nei Paesi Bassi o alla guida di coalizioni traballanti in Svezia, Portogallo e Austria, dove per altro i socialdemocratici si sono schierati su posizioni della destra al riguardo dell’immigrazione”.

“E non basta – aggiunge l’Economist -. In Francia il presidente Hollande sprofonda nell’impopolarita’, mentre in Italia il Partito democratico del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sta cedendo terreno e forse il sidanco della capitale, Roma, al Movimento 5 Stelle”.

“Bastioni come Londra e Amsterdam, la Catalogna e la Scozia, si sono sganciati dalla tradizionale presa del centro-sinistra. Dove sono finiti i voti perduti? Molti sono andati alle forze nazionaliste contrarie alla Ue e all’euro nell’Europa del sud, in quella del nord a forze conservatrici anch’esse nazionaliste. Ovunque in Europa, invece, ai partiti di destra contrari all’immigrazione di massa in corso”.

“Ma a trarne vantaggio sono stati, sebbene in modo inferiore, anche i movimenti alternativi di sinistra, i liberali e il centro-destra. Si e’ rafforzato, inoltre, il partito dell’astensione. La sinistra europea ha conosciuto altri momenti difficili, in particolare tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per risollevarsi con leader come Tony Blair e Gerhard Schroder, che hanno sacrificato la difesa delle rigide regole del mercato del lavoro alla “terza via”, una combinazione di riforme sociali, deregolamentazione e servizi pubblici fondati sulla crescita”.

“Ma questi risultati alla prova del tempo si sono dimostrati illusori, se non del tutto sbagliati. Con la crisi economica degli anni Duemila la fiducia nel centrosinistra, nella cosiddetta socialdemocrazia incarnata negli Stati Uniti dal presidente Clinton, e’ venuta meno . La crisi dell’euro, prevedibile quanto difficilmente risolvibile, con in più l’opposizione tra nord e sud dell’eurozona sull’austerita’, ha esasperato i problemi”.

E la lucidissima analisi dell’Economist così prosegue: “Tutti questi fattori congiunturali, comunque, non riescono a spiegare fino in fondo la gravita’ del crollo del centro sinistra in tutta Europa. Vanno considerati, invece, quattro elementi che hanno reso l’ambiente europeo piu’ ostile al centro-sinistra: i progressi della destra ora considerata affidabile rispetto un passato in cui non lo era, il cambiamento strutturale dell’economia provocato dalla crisi dell’euro che ha innescato una stagnazione definita da alcuni economisti addirittura secolare, la fine della paura del nazionalismo a livello sociale e infine la vra e propria scomparsa di classi sociali monolitiche”.

“I partiti socialdemocratici appaiono sulla difensiva, mentre e’ la destra in tutta Europa ad aver ereditato l’ambizione a modernizzare; alcune loro politiche sono migrate in altre forze, come M5S o Ciudadanos, altre volte sono mutati soggetti politici esistenti, che hanno sposato le idee della destra, (come la Lega in Italia -ndr). I partiti del centrosinistra resistono stancamente in alcune roccaforti, nelle quali potrebbero finire confinati. L’unica residua possibilità del centrosinistra in Europa rimane quella di trovare leader che piacciano alla gente e formare quindi governi di coalizione, sempre che i risultati elettorali lo consentano”.

Fonte: Il Nord