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Ti ricordi il rom che uccise Corazon? “Perdonato”… Neanche un giorno di carcere…

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Neanche un giorno di carcere. Ha ucciso una donna alla fermata del bus. Il diciassettenne rom «ha compiuto un gesto non intenzionale». Quindi basta un soggiorno in comunità. Ieri il minorenne è stato condannato a sei anni per omicidio colposo, ben diverso da quello doloso o volontario.

OMICIDIO NON INTENZIONALE

Omicidio Colposo. Incredibile ma vero. Era minorenne e guidava un’automobile. Era scappato a un posto di blocco. Correva in una strada trafficata. Aveva investito 9 persone e dilaniato il corpo di Corazon Abordo Perez, trascinato per numerosi metri lungo via dei Monti di Primavalle. Poi si era nascosto per giorni prima di essere arrestato. Tutto ciò, secondo i giudici del tribunale minorile di Roma, in maniera non intenzionale. Come un dottore che uccide un paziente durante un’operazione gestita male. Come un (disgraziatamente)comune incidente automobilistico finito in tragedia. La sentenza non lascia spazio a interpretazioni: il ragazzo ha fatto un errore non intenzionale e quindi l’omicidio si qualifica come colposo. Sei anni di reclusione senza passare da nessun penitenziario. Alla faccia del pubblico ministero che aveva chiesto sedici anni di reclusione accusando il diciassettenne di omicidio volontario. In barba all’avvocato di parte civile, Valentina Chianiello, che era andata fin nelle Filippine. E da Baco Oriental Mindoro, città natale di Corazon, fino a Roma continuava a ripetere sempre lo stesso mantra: «Non chiediamo soldi. La famiglia della vittima non chiede un risarcimento in denaro. Pretende solo giustizia».

L’«ASSASSINIO» DI CORAZON

Una sentenza destinata a far discutere, quella emessa ieri nei confronti del piccolo omicida. La morte della donna, madre e lavoratrice integrata nel nostro paese, aveva ferito la Città Eterna, ma con il passare del tempo tutto si può dimenticare. Eppure sono trascorsi solo 6 mesi da quel 27 maggio. Un mercoledì come tanti in cui, a pochi passi dall’uscita della metro Battistini, la vita di Corazon Abordo Perez si era intrecciata fatalmente con quella dei passeggeri che viaggiavano a bordo della Lancia Lybra grigia intestata a un rom, a una persona che non era a bordo del veicolo, ma che sarebbe risultato intestatario di altre 24 macchine. La Lancia era scappata a un posto di blocco travolgendo 9 persone. Corazon aveva perso la vita dopo essere stata trascinata dal mezzo per diverse decine di metri. Lo strazio subito dal suo corpo era lì, per strada, davanti agli occhi increduli, disgustati, rabbiosi e spaventati dei presenti. Gli occupanti del veicolo erano riusciti a scappare. Tutti tranne una ragazzina, la fidanzata dell’imputato, che era alla guida. La 17enne non aveva collaborato con gli inquirenti. Il padre del principale indagato si era auto-accusato provando invano a mentire agli inquirenti. Invece il protagonista di questa tragedia, insieme al fratello 19enne, era riuscito a darsi alla fuga.

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ROMA SCIOCCATA

All’indomani dell’incidente la città si è stretta intorno alla comunità filippina condividendo il dolore e pregando affinché fosse fatta giustizia, sperando che la perdita di Corazon sarebbe servita da monito in vista di una maggiore sicurezza stradale. «Bruciamo i campi rom» gridavano invece le periferie romane mentre manifestazioni messe in campo dalla destra (al grido «alcuni italiani non si arrendono») occupavano lo stesso suolo in cui i manifestanti di sinistra avevano organizzato un corteo antirazzista. I cittadini dipingevano le strisce pedonali che fino al giorno prima inesistenti. I media avevano assediato il campo nomadi de La Monachina intervistando gli abitanti: «Se un rom sbaglia non vuol dire che siamo tutti assassini» spiegavano ai cronisti. Anche i parenti dei due ricercati avevano avuto qualcosa da dire. «Stavo pensando di tagliarmi la gola, ma poi ho sentito una voce. Io sono devota alla Madonna – aveva rivelato a Il Tempo la madre dell’imputato mentre mostrava l’anello d’oro con l’immagine della Vergine – Ho capito dov’erano i miei figli, l’ho scoperto proprio quando ero disperata, era notte e ho avvisato i carabinieri». Grazie alla soffiata della donna, i due ragazzi erano stati arrestati. Dopo pochi giorni le telecamere si erano spente. La rabbia si era placata. I primi feriti, le otto persone sopravvissute, tornavano nelle loro case. La quotidianità riprendeva riuscendo a far dimenticare la follia omicida che quel mercoledì 27 maggio correva a bordo di una Lancia.

INDAGINI E SENTENZA

Non tutti però hanno dimenticato. Non i parenti della vittima che si erano affidati all’avvocato Valentina Chianello per chiedere giustizia, non vendetta e neanche denaro. Neanche la procura minorile aveva dimenticato. Le prove erano così schiaccianti che gli inquirenti avevano chiesto e ottenuto il giudizio immediato. Ieri l’accusa aveva chiesto 16 anni di reclusione perché riteneva il diciassettenne responsabile di omicidio volontario e lesioni gravissime. Nulla da fare. Una condanna a 6 anni per omicidio colposo è il massimo che si è riusciti a ottenere. Quindi niente carcere. Una sentenza che potrebbe sminuire anche il lavoro del sostituto procuratore Maria Letizia Golfieri, che ha passato al setaccio la posizione del 19enne arrestato dopo essere fuggito. L’accusa nei suoi confronti, così come quella rivolta alla fidanzata minorenne del condannato, è di concorso in omicidio. Adesso, con il concorso in omicidio colposo, la loro punibilità risulta improbabile. Le sentenze emesse si rispettano ed è per questo che Valentina Chianello, legale di parte civile, tace eloquentemente: «Lascio a voi ogni commento».

Fonte: qui

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