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Trasfusioni, droga e stupri: voci da Raqqa, la capitale del Califfato

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A Raqqa, secondo l’ultimo censimento precedente all’inizio della guerra nel 2012, vivono 220 mila persone. Il 4 marzo del 2013 la città era diventata una dei primi centri siriani liberati dal controllo del regime di Assad. Sui muri delle scuole avevano fatto la loro comparsa graffiti che inneggiavano alla rivoluzione siriana. Le ragazze giravano per le strade felici, indossando abiti occidentali e i giovani sembravano finalmente vedere realizzato il loro sogno di libertà. Raqqa, da sesta città della Siria e centro del sistema idrico del nord del Paese, si era trasformata in un’icona della rivoluzione.

Ma un’ombra nera già aleggiava su questa cittadina abbarbicata sulle rive dell’Eufrate. La presa di Al Raqqah come viene chiamata in arabo era avvenuta grazie all’intervento delle milizie qaediste di Al Nusra e di Ahrar al Sham, che ben presto avevano strappato il controllo della città ai ribelli del Free Syrian Army. Inoltre, nel frattempo, i leader di Isis avevano già deciso che il piano di espansione del Califfato si sarebbe esteso dall’Iraq alla Siria. Preceduti da una fama di spietati tagliagole, di assassini e stupratori, i miliziani di Al Baghdadi non hanno impiegato molto a entrare a Raqqa e a trasformarla nella loro capitale. Da quel giorno lo Stato Islamico ha imposto le sue regole. Tasse ai commercianti in cambio di protezione, la segregazione per le donne, la chiusura delle scuole, i professori obbligati a sostituire i programmi  di insegnamento del Corano con i corsi di jihad e a dividere gli alunni maschi dalle femmine. Giornalisti, attivisti e ribelli sono stati minacciati di torture e di morte se non avessero piegato la testa.  Ed è stata in questa Raqqa che nel luglio del 2013 è arrivato il gesuita italiano Padre Paolo dall’Oglio. Secondo alcuni attivisti si era recato nel quartier generale dell’Isis per tentare di incontrare il leader Abu Baqr Baghdadi con l’obiettivo di chiedere una tregua con le milizie curde e avere informazioni sulla sorte di alcuni sacerdoti e giornalisti rapiti. Ma di lui, da quel giorno, non si hanno più avuto notizie. Perché chi entra a Raqqa difficilmente ne esce vivo.

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Nell’ottobre del 2013 Isis ha invitato i gruppi religiosi e di notabili della zona per un incontro. Trecento persone si sono riunite e si sono sottomesse al Califfato. Altri sono fuggiti. Il tutto mentre Isis impiccava e crocifiggeva nelle piazze in modo da rendere ben chiaro chi fosse a comandare. Il simbolo della città, la Clocktower Roundabout, è stata presto ricoperta dal drappo nero del Califfato.  Da allora, la storia di questa città caduta nelle tenebre è stata raccontata da un gruppo di attivisti anti Isis, Raqqa is Being Slaughtered Silently (RBSS, in italiano Raqqa è massacrata nel silenzio). Rischiando la vita, come hanno raccontato anche al Corriere della Sera più di un anno fa e di recente al New Yorker, hanno aperto un sito per dare voce a una popolazione finita sotto il controllo di un gruppo terroristico. Attraverso un network di testimoni, in clandestinità, hanno continuato il loro lavoro. Due di loro sono stati uccisi in ottobre a Salinurfa, al confine tra Siria e Turchia dai miliziani di Isis. E altri sono caduti in territorio siriano vittime delle spie daesh. Quasi nessun altro è riuscito a superare la spessa cortina imposta da Isis intorno alla città. E le testimonianze che ci arrivano davvero sono frammenti, schegge di uno specchio dell’orrore in cui facciamo fatica a guardare.

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