VIDEO – A KARACHI I GHETTI CRISTIANI IN OSTAGGIO DEI MUSULMANI

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Issa è il nome arabo di Gesù, il nome con cui è nominato nel Corano e Issa Nagri è il nome del quartiere cristiano di Karachi, l’ex capitale del Pakistan, megalopoli del sud affacciata sul mare. Per arrivare nel ghetto cattolico occorre attraversare la città, dal centro sino a Gulshan town. È assordante Karachi, dicotomica ed è sempre l’opposto di ciò che sembra. Si svela poco a poco. È fatta dai vicoli del centro, dove transitano pullman affollati di viaggiatori, anche sul tetto, richò che formano un reticolato di ingorghi senza sosta, bancarelle e negozi in ogni dove e canali di scolo a cielo aperto. Ma è fatta anche dai lunghi viali che portano al mare, dove transitano suv delle più famose multinazionali e dove si affacciano centri commerciali, McDonald’s e boutique della Levi’s. È sacra, con le moschee in ogni dove e i minareti che attaccano il cielo dal centro sino al Golfo, ma anche profana, con il peccato, l’alcol di contrabbando venduto nei vicoli cittadini e l’eroina afghana che lascia i suoi morti distesi sulle aiuole dei viali. È la città dove ha sede il seminario cattolico pachistano e la diocesi dell’arcivescovo Joseph Coutts, ma allo stesso tempo è il luogo in cui sta attecchendo nel tessuto sociale l’estremismo islamico e dove il Daesh sta trovando nuovi fiancheggiatori. I clacson accompagnano il viaggio nelle strade di Gulshan Town, dove è facile vedere persone che rovistano tra i rifiuti e riempiono sacchi con bottiglie di plastica. ”Quelli sono fedeli cristiani, li conosciamo perché abitano a Issa Nagri; molti fratelli per vivere fanno questi lavori. Puliscono le strade o rovistano tra i rifiuti, che poi cercano di rivendere. Quando la discriminazione impedisce di fare dei lavori più dignitosi, la gente per poter mangiare è costretta a fare questo”.

Padre Bernard Younes Bhatti parla del quartiere e, una volta arrivati al ghetto cristiano, alla ”città di Cristo”, prima di entrare, indossa l’abito talare. ”Nelle altre zone della città noi sacerdoti non possiamo permetterci di vestire in modo religioso, è troppo pericoloso e rischieremmo di essere nel mirino di qualche fanatico. Lo facciamo qua e in tutti i quartieri dove vivono i cattolici. Vogliamo andare in mezzo a loro come rappresentanti della fede, per ricordare che non sono soli e che anche nella sofferenza noi ci siamo”. Delle mura circondano i palazzi di Issa Nagri e, all’ingresso, delle vere e proprie porte indicano l’inizio del ghetto cattolico.  Una fortezza del paradosso, con gli ultimi costretti a rinchiudersi nel proprio stato di segregazione, per proteggersi dakamikaze e attentatori. Due giorni prima dell’arrivo di padre Bhatti nel quartiere, tre ordigni sono esplosi: non hanno provocato morti, ma non c’è anno che trascorra senza che vengano celebrati funerali di residenti uccisi dal fanatismo. Le vie sono strette, abitano oltre 16mila persone e uomini dall’incedere claudicante, proprio a causa dei sacchetti carichi di rifiuti, ciondolano per il budello di piccole vie. Alcune donne sedute in strada celebrano una veglia funebre e poco distante c’è una sala giochi, dove, all’ombra di un crocefisso, ragazzini giocano a biliardino. Ma, di nuovo, vicoli angusti, fogne a cielo aperto e una piccola chiesa. È tutto così il quartiere di Issa Nagri: ripetitivo e labirintico, un dedalo di privazione e annichilimento senza vie di uscita, nel quale sono rimasti prigionieri i fedeli cattolici. Padre Bhatti benedice un bambino di pochi mesi e poi, dopo aver celebrato messa, continua a spiegare: ”La discriminazione è un aspetto radicato nel tessuto sociale e le sue conseguenze non si manifestano solamente nella presenza di questi quartieri che sono delle zone rosse e nel mirino degli attentatori, ma anche negli aspetti più ordinari e portanti della quotidianità: come nell’istruzione”.

Il tema dell’educazione pubblica in Pakistan è una delle questioni che stanno maggiormente a cuore alla minoranza cristiana e al clero cattolico; già nei mesi scorsi l’arcivescovo Joseph Coutts aveva denunciato il fatto che negli istituti pubblici si registrano casi di discriminazione e non è raro che le insegnanti diano temi ai bambini dal titolo ”Scrivi una lettera a un tuo amico e invitalo a convertirsi all’Islam”. È per questo che oggi ci sono 300 scuole cattoliche nel Paese, istituti privati dove la Chiesa cerca di dare un insegnamento basato sull’integrazione e la tolleranza agli studenti di diverse confessioni. Una di queste scuole è la Saint Philip High School. Mura e filo spinato a presidiare l’ingresso e poi telecamere a circuito chiuso. La parrocchia e l’edificio scolastico sono nello stesso perimetro e a spiegare il perchè di tale prevenzione è sempre padre Bhatti: ”Il fatto che noi accogliamo bambini di ogni fede e cerchiamo di insegnare il rispetto tra religioni non è ben visto da molti. Abbiamo dovuto alzare delle reti perché da fuori lanciavano bottiglie e sassi all’interno del cortile e poi hanno fatto un attacco a colpi d’arma da fuoco”. I segni dei proiettili sono ancora presenti nel vetro e nel muro ma sembrano essere l’evocazione di un altro Pakistan rispetto a quello che si materializza a Saint Philip. Nella scuola infatti bambini col velo e bambini cristiani giocano e studiano insieme, fanno la fila alla fontanella d’acqua e ridono. E con loro anche i figli delle famiglie induiste. Sono oltre 1100 gli studenti e il sacerdote Bhatti così riflette: ”Sono loro la sola speranza che abbiamo. Loro che già da piccoli capiscono come si è tutti uguali, indipendentemente dalla fede. Noi non vogliamo fare proselitismo, vogliamo solo che il Pakistan sia il riflesso di questo microcosmo, dove i sorrisi sono assoluti e non rimangono ancorati al credo personale”.

Fonte: Qui